Tieta do Agreste

Vi avverto fin dall’inizio: non assumo la benché minima responsabilità quanto all’esattezza dei fatti narrati, non ci metto la mano sul fuoco: solo un folle lo farebbe. E questo non solo perché sono già passati più di dieci anni, ma soprattutto perché in materia di verità ciascuno possiede la sua; lo stesso dicasi per la ragione e, nel caso in questione, non vedo possibilità  di mezzi termini né di accordi fra le parti.

Un intreccio incoerente, imbrogliato, pieno di contraddizioni e assurdità che, riuscendo a superare la distanza che intercorre fra una dimenticata cittadina di frontiera e la capitale

(duecentosettanta chilometri di buchi in un asfalto di infima qualità, più i quarantotto di fango di prima qualità – o di polvere di primissima, una polvere rossa impalpabile, che s’incrosta sulla pelle e resiste al sapone) è andato ad approdare sulle prime pagine dei giornali della metropoli.

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